Decalogo per progettare l’attività educativa e didattica in una zona terremotata

GLI AMICI EMILIANI CI HANNO CHIESTO DI SCRIVERE UN BREVE DECALOGO E DI DARE UN CONTRIBUTO PEDAGOGICO ALLA LORO SITUAZIONE. PROBABILMENTE IO E LA COLLEGA ISIDORI ANDREMO PRESTO IN LOCO. CI SEMBRA UTILE DIFFONDERLO ANCHE SU FB.

Decalogo per impostare l’attività educativa e didattica in una zona terremotata

Maria Vittoria Isidori, Alessandro Vaccarelli
Facoltà di Scienze della Formazione – Università degli Studi dell’Aquila

II terremoto in Emilia ci spinge, come pedagogisti aquilani, a condividere le nostre esperienze, seppure, ci sembra, ci siano differenze tra le due situazioni di cui bisogna tener conto nella progettazione e nella gestione degli interventi educativi. Vi invitiamo dunque a tenerne conto. Riteniamo che quella più significativa sia la fortissima dispersione della popolazione aquilana (qui la chiamiamo la “deportazione” sulla costa ad opera della Protezione Civile), che ha costretto al mescolamento delle classi scolastiche, tanto che nessuna unità-classe ha potuto chiudere l’anno scolastico in modo congruo: sulla costa i bambini sono stati inseriti in scuole delle diverse località (dove hanno costituito o classi di bambini aquilani, ma che spesso non si conoscevano, o ), lo stesso nelle tendopoli non sempre si è riuscito a tenere in piedi i gruppi-classe; anche gli insegnanti hanno prestato servizio con alunni diversi, sia nelle tendopoli sia sulla costa). La dispersione della popolazione ha avuto conseguenze molto negative su tutti i fronti (Protezione civile e Governo in carica hanno potuto scegliere il destino della città in assenza dei cittadini); è importante cercare di frenarla attraverso processi decisionali che partano dal basso: deve valere la regola della democrazia orizzontale e della partecipazione alle decisioni (associazionismo e comitati vanno incoraggiati). All’Aquila la militarizzazione delle tendopoli ha provocato un ulteriore deterioramento della qualità della vita. Anche su questo è necessario che i responsabili locali siano in grado di mediare con la Protezione civile.

Questo decalogo viene fuori da esperienze positive, ma anche da mancate esperienze: solo il senno e la lucidità del “poi” ci hanno fatto in qualche modo riflettere sulla loro potenziale utilità.

  1. La gestione degli interventi va curata soprattutto da operatori del luogo. I volontari venuti da fuori devono fare un passo indietro rispetto alle scelte di merito e di metodo che gli insegnanti e gli educatori reputano corrette per i ragazzi e per il contesto. Utilissimo invece è l’intervento indiretto, attraverso momenti di formazione che esperti di catastrofi, resilienza, resistenza, possono tenere a beneficio di insegnanti, educatori, genitori, operatori sociali, con ricadute significative, dunque, su infanzia, adolescenza e adultità. Resta chiaro che l’intervento psicologico in molti casi è necessario, soprattutto per l’elaborazione di traumi e lutti e che in alcuni casi esso si rende indispensabile anche in classe. Tutto ciò sarà utilissimo per sviluppare anche una sorta di resilienza istituzionale: all’Aquila molte scuole (soprattutto le primarie) hanno svolto un lavoro molto positivo; la scuola è stata una delle poche istituzioni che ha lavorato in modo veramente serio.
  2. Organizzare nelle tendopoli e in altri spazi idonei servizi di tutoring e di preparazione agli esami finali di terza media e di scuola superiore. Oltre agli insegnanti, i laureati, gli studenti universitari (anche sotto forma di tirocinio) possono gestire momenti di formazione individuale o di gruppo utili a sostenere gli apprendimenti. L’obiettivo di tali attività non riguarda soltanto il raggiungimento di una buona preparazione in vista degli esami, ma tenere saldo il rapporto tra i ragazzi e le loro progettualità future. Lo studio in questo senso diventa un importante strumento per la resilienza e per la resistenza (ALLEGATO 1). Tranquillizzare i ragazzi sugli aspetti organizzativi relativi agli esami (date, luoghi) e chiedere, nel caso, al Ministero uno slittamento delle prove, anche perché le condizioni di studio nelle tendopoli sono per definizione critiche.
  3. Affrontare con i gruppi-classe l’argomento “terremoto”, sia in prospettiva didattica (che cosa è, la prevenzione, come ci si difende), sia in rapporto alle conseguenze sulle vite individuali e sulle comunità. Nel primo caso, si cerca di far razionalizzare l’esperienza vissuta, nel secondo si consente ai soggetti di liberare le emozioni e di parlarne (molti bambini aquilani sembravano nell’immediato non particolarmente colpiti, ma poi…). L’elaborazione del trauma va accompagnata con attività di scrittura (racconto, narrazione…) e con il disegno. Può essere utilissima la corrispondenza con bambini e ragazzi di altre realtà italiane. Nel caso, possiamo mettervi in contatto con scuole dell’Aquila per scambi e gemellaggi.
  4. Dare a tutti gli studenti l’idea della conclusione dell’anno scolastico. Questo non tanto e non solo per una finalità di tipo cognitivo (a settembre tutte le scuole dovranno riprendere in mano la situazione tenendo conto del fatto che il terremoto ha fatto “saltare” praticamente un anno, non certamente per ragioni di carattere temporale…), quanto piuttosto per dare l’idea che nulla rimane in sospeso. Anche a scuola chiusa, è utile – in modo molto schematico e sintetico – chiudere i programmi, dando l’idea ai ragazzi che gli sforzi fatti per un intero anno scolastico non sono andati dispersi e hanno trovato un punto di “chiusura”. Soprattutto le classi ponte, in particolare le quinte di scuola primaria (per le quali non è previsto un esame finale) dovrebbero beneficiare di momenti di chiusura delle attività del ciclo scolastico. Abbiamo osservato infatti che in alcuni casi, le attuali terze medie (costituite da ragazzini che al 6 aprile 2009 frequentavano la quinta) presentano oggi problemi e disagi di vario tipo.
  5. Le attività di animazione devono essere molto mirate. All’Aquila sono venuti i clown (e le tv hanno tanto enfatizzato questa cosa), ma l’intervento non estemporaneo di tanti insegnanti e operatori è stato il vero lavoro educativo. Reputiamo che il sorriso sia importante, ma a volte anche il bisogno di piangere va espresso. Oltre la scuola, i momenti più significativi nelle tendopoli (o nei centri estivi che sono stati aperti gratuitamente), devono essere di carattere ricreativo. E’ utile in questo senso organizzare attività di carattere sportivo, di gioco (giochi cooperativi, utili, anche per il post-emergenza, a incrementare la coesione sociale e a rafforzare il senso di comunità), momenti laboratoriali (musica, teatro….), attività di vario tipo (ad esempio nelle tendopoli, prima di andare a dormire i bambini, in uno spazio a loro dedicato, possono essere invitati ad ascoltare storie o fiabe, a bere una tisana, alleggerendo, attraverso un momento rilassante, l’ansia che le continue scosse producono). Le attività di “distrazione” sono utilissime, ma, se gestite da persone che tengono al territorio, assumono una più chiara direzione pedagogica, anche in vista della futura ricostruzione. Considerando che spesso le famiglie sono atterrite (psicologicamente, ma anche economicamente), il lavoro educativo acquista ancora più senso e significato, almeno per due motivi: il bambini e i ragazzi sono sottratti al clima pesante che può caratterizzare la famiglia; si “allenano” le capacità di resilienza e di resistenza.
  6. Fare attenzione a chi viene da fuori per fare istant book (peraltro di nessun valore scientifico) utilizzando testi e disegni dei bambini. Il lavoro di ricerca è utilissimo e va gestito da persone del territorio o da chi si sente veramente coinvolto (e da chi, dunque, garantirà una ricaduta dei risultati). Qui all’Aquila sono venuti tantissimi soggetti che, a vario titolo, hanno raccolto più che si poteva, per poi andare via. Risultato: le scuole e le famiglie (nonché bambini e ragazzi) sono a tutt’oggi stanche e riluttanti (anche giustamente) poiché hanno avuto l’impressione (non sempre sbagliata) di una sorta di “saccheggio”. In questo senso è necessario un lavoro di ricerca mirato, calibrato, utile più che alla visibilità di alcuni individui, all’intervento e alla progettazione sul campo. Il post-emergenza richiederà tante energie e tanta ricerca, per cui è necessario pensare un serio coordinamento che non permetta di “bruciare”, già da ora, la disponibilità dei soggetti a collaborare.
  7. Coordinamento tra Comuni, ASL e Scuola. All’Aquila ancora oggi osserviamo nella popolazione scolastica un incremento significativo di DSA, disturbi post-traumatici da stress, iperattività, depressione. Lo stesso, con altre sfumature, vale per la popolazione adulta, soprattutto per gli anziani. Questi ultimi vanno coinvolti in progetti che li facciano sentire il più possibile attivi (rafforzare il ruolo di nonni, affidare nelle tendopoli compiti e ruoli…). L’azione deve essere di prevenzione e supporto (a carico vanno prese le famiglie, e nella scuola possono essere gestiti momenti formativi con i genitori degli alunni, che sono la generazione-ponte tra infanzia, adolescenza e terza età).
  8. Favorire momenti di educazione e scambio interculturale, non solo tra i bambini ma anche e soprattutto tra gli adulti. I terremoti che hanno colpito l’Aquila e l’ Emilia sono stati i primi eventi sismici nella società multiculturale italiana. All’Aquila abbiamo osservato fenomeni di concorrenza e intolleranza verso le famiglie migranti soprattutto al momento dell’assegnazione degli alloggi. Nelle tendopoli può essere utile organizzare attività di conoscenza reciproca (cene multiculturali ad esempio).
  9. Favorire un uso intelligente dei social network. Nella realtà aquilana i social network (Facebook in primo luogo) è stato uno strumento fondamentale per ridurre il senso di dispersione, mantenere saldi i rapporti amicali, far passare informazioni di interesse individuale e collettivo. Esplodere in questa direzione le potenzialità educative dei social network. Essi possono essere uno strumento efficace non solo per bambini e adolescenti (con la supervisione degli adulti), ma anche in alcuni casi per gli anziani (con un’occasione di formazione che può essere molto positiva in questi mesi per supportare la loro condizione psicologica).
  10. Orientare le azioni educative sulle seguenti parole-chiave: resilienza, resistenza, progettualità futura, sia a livello individuale sia a livello di gruppo. E prepararsi al post-emergenza, che non è meno complesso e che richiede altri tipi di attività.

Riferimenti
M. V. Isidori, A. Vaccarelli, Apprendimento e formazione in condizioni di emergenza e post-emergenza, Armando, Roma, 2012 (in corso di stampa)
M. V. Isidori, Educatamente con l’emergenza, Monolite, Roma, 2010
M. V. Isidori, Principali criticità della pedagogia e della didattica dell’emergenza, Studi sulla formazione, Anno XIII-2010, Firenze 2010.
A..Vaccarelli [a cura di], Immigrati e italiani dopo il terremoto nel territorio aquilano. Rapporto di ricerca sui bisogni sociali, educativi e sullo stato di convivenza, Ricostruire insieme, L’Aquila 2010.
A. Vaccarelli, Migranti e italiani all’Aquila dopo il terremoto. Stato della convivenza e bisogni formativi, in L. Calandra (a cura di), Geografia sociale e democrazia. Un laboratorio per i territori aquilani del doposisma, L’Una, 2012 (in stampa)
A. Vaccarelli, La generazione dei bambini “senza città”. L’infanzia all’Aquila dopo il terremoto, Relazione presentata al Convegno Annuale SIPED, Università di Firenze, Maggio 2012 (in pubblicazione).

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