L’Aquila, paesaggio con macerie di FRANCO ARMINIO

arminio_calandra

Articolo pubblicato su  Il Manifesto del 06/05/2012 a tre anni dal sisma aquilano.

A spasso nella città puntellata, nel terzo anniversario del sisma e alla vigilia delle elezioni comunali. Dove rischia di affermarsi il partito più pericoloso: quello dei tecnici. E nelle new town capisci come alla gente sia stata data la casa e tolto il paese. Oggi sono uscite le liste: sono 22, otto i candidati a sindaco. Si contano 17 movimenti e associazioni.

Mi sveglio alle tre di notte. Ho un solo giorno per vedere l’Aquila e dintorni, tre anni dopo il terremoto. La notte sull’autostrada solo autotreni. Mi fanno compagnia le luci dei paesi. Mio figlio è con me, gli ho detto di stendersi e dormire. Si sveglia a Cassino, il sole sta nascendo dietro una montagna. Sembra una grande ostia.
Da Cassino procedo verso Sora e poi Avezzano. La strada è tracciata in basso, intorno il solito paesaggio dell’Italia di oggi: case sparse, insegne, qualche capannone, pompe di benzina. Sulle cime dei monti c’è ancora un poco di neve.
Arrivo all’Aquila alle otto del mattino. Entriamo in un bar all’inizio della piazza del Duomo. Mio figlio ordina un cappuccino. Il barista non è pimpante. Questa è una città di impiegati più che di commercianti. E forse questa condizione è da tenere in conto quando si ragiona su quel che sta accadendo intorno alla ricostruzione.
La piazza del Duomo è quella vista tante volte in televisione, ai tempi dell’occupazione mediatica della città da parte del cavaliere e delle sue truppe: una sorta di sbarco in Normandia, per convincere gli italiani di essere governati da un uomo onnipotente e buono.
In quelle settimane ogni volta che si parlava del terremoto cambiavo canale. Venni qui molti mesi dopo, nei giorni in cui ad Onna si aprivano le case con la letterina del cavaliere e lo spumante nel frigo.
Anche allora fu un giro breve. L’uso politico delle rovine era nel suo fulgore. Bertolaso non immaginava di finire in disgrazia, il governo non sapeva che sarebbe caduto. Onna mi apparve un set televisivo, l’epicentro non di un terremoto, ma del delirio di mettere la rappresentazione al posto della realtà.
Adesso è un mattino di aprile e sono seduto su una panchina di Piazza Duomo col signor Francesco, militare in pensione. Abita in un quartiere della prima periferia e viene in piazza a passare un po’ di tempo. Mi racconta un poco la sua giornata. Lo ascolto in silenzio.
Ho scritto su Facebook che sarei venuto a L’Aquila e subito lo hanno saputo le persone che mi hanno invitato a presentare un mio libro. L’appuntamento è per il tredici aprile all’università, intanto loro ci tengono ad accompagnarmi. Lo conosco bene il ruolo dell’accompagnatore nelle zone terremotate. È una cosa che ho fatto per anni nelle mie zone. Si ha voglia di mostrare, di far vedere, nella speranza che ci sia un racconto vero. Io ci rimanevo sempre male quando leggevo l’articolo il giorno dopo o vedevo il servizio televisivo. Mi pareva che del mio racconto erano andate perdute tante sfumature. Per questo a un certo punto mi sono deciso a raccontare in prima persona quello che accadeva nell’Irpinia terremotata.
Immagino che anche adesso i miei amici aquilani resteranno delusi. La verità è che è difficile raccontare un luogo passandoci dentro per un giorno. È come vedere un paio di scene di un film che è cominciato mille anni prima.
Dopo Marta che vuole fare la geografa, arriva Manuela, una fotografa romana che viene qui in continuazione. È lei la guida nel giro della città puntellata, tumefatta, fasciata.
Entriamo nella zona rossa, che a rigore non si può percorrere. Vorrei entrare in un casa, vedere un bicchiere sul tavolo, un calendario al muro. Non è possibile, si rischia l’arresto. E infatti poco dopo imbuchiamo una strada in cui ci sono dei militari. Ci dicono che non possiamo stare in questa zona.
In piazza Sallustio ci ha raggiunto Lina. Lavora all’università, ha fatto una ricerca su come è cambiata la vita degli aquilani, l’elemento su cui insiste è l’aumento degli spostamenti in macchina. Si sviluppa un piccolo parlamento, con la fotografa che fa esempi di quello che è stato fatto in America, parla di un museo del sisma. Io sono insolitamente silenzioso. Mi sono scordato gli occhiali da sole, mi fa male un occhio. Mi offende la luce che c’è oggi, sequestra la mia attenzione.
Torniamo verso il corso Vittorio Emanuele, l’aorta del centro storico, il luogo dove passeggiavano gli studenti e gli stipendiati di una città piena di uffici. Adesso il sole è caldo. C’è un po’ di animazione. In fila alcuni gruppi di bambini. Le maestre li hanno portati in giro a vedere strade e palazzi sigillati, come per affezionarli a un luogo che forse sarò loro in un futuro che pare assai lontano.
L’animazione è dovuta anche al fatto che è venuto qualcuno, come me, per l’anniversario. E poi oggi è il giorno in cui sono uscite le liste e si è saputo che saranno otto i candidati a sindaco e ventidue le liste.
Ci raggiunge Barbara, è lei che ha messo assieme tutto il gruppo. È ora di andare a mangiare qualcosa. Il centro storico della città è senza abitanti, ma ci sono i locali. E sono essenzialmente posti per bere: la movida delle macerie.

arminio_aq_A tavola fioriscono i discorsi. Ci ha raggiunto anche Giorgio, un architetto disilluso, e Massimo, candidato alle elezioni con Sel. Le persone che mi stanno parlando hanno pensieri generosi, ma zampillano in direzioni diverse. Lina, la ricercatrice, fa una dichiarazione interessante: lei dopo il terremoto si sente meglio, ha una vita più piena. Non c’è più spazio per la routine casa-lavoro. Come se la situazione d’emergenza avesse acceso le sue giornate. Sto per assentire, ma di fronte a lei mi anticipa la sua amica Barbara che le fa notare di aver perso, oltre la casa, il padre e il lavoro.
Il candidato di Sel appoggia il sindaco uscente, invece l’architetto ex sessantottino è assai deluso dalla sua ricandidatura. A questo punto chiedo notizie dei vari movimenti e associazioni di cui si è parlato. Se ne contano diciassette, faccio fatica a fissarmi i nomi, le azioni svolte. Mi pare che la confusione regni sovrana e che alla fine alcune di queste esperienze sono poco significative, bolle mediatiche, barlumi di buona volontà o schiuma affaristica di una società che nel suo fondo è ferma, chiusa nel cerchio dei suoi monti.
Tutte queste esperienze sono disperse nelle liste che si presentano. Ho la sensazione che in molti casi ci si mette in moto solo per farsi notare e poi acquisire qualche fetta di potere. C’è anche chi ha ripulito una fontana o ha riparato una lapide alla base di una torre, c’è di tutto, la passione per il bene comune e quella per la propria immagine. Di certo spesso si tratta di storie che poco hanno inciso. Il partito più grande, quello più pericoloso in questi casi è sempre uno solo, è il partito dei tecnici. Lo abbiamo visto in Irpinia e lo vedranno anche a L’Aquila se i vari livelli governativi non decideranno di affidare a queste persone un ruolo meramente esecutivo. Ricostruire una città non può essere solo faccenda di matite e compasso.
Della discussione durante il pranzo, alla fine il dato che più mi ha colpito è che qui si vendono molte più consolle (playstation e apparecchi simili) che nel resto d’Italia. Mentre si discute su come rifare la città, le cose che di sicuro sono successe sono queste: si sta più tempo in macchina, davanti agli schermi e davanti alla bottiglia.
Sono le due e mezza. Ripassiamo vicino al box donato da Google dove un architetto inglese, Barnaby, sposato con un’aquilana, in mattinata aveva spiegato a mio figlio il progetto di fotografare e far vedere tutta la città com’è adesso in 3D su Google Earth. Non sono sicuro di aver capito bene, ha parlato a mio figlio, mentre io fingevo un interesse che non avevo, non perché l’azione non sia interessante, solo perché oggi la mia curiosità non è vorace, e si concentra sempre più sulle cose.
Ho guardato i lucchetti con grosse catene davanti alle porte. Una città è un insieme di averi, lo Stato li ha messi sotto tutela, però c’è sempre paura che sparisca dalla propria casa un comodino, lo specchio dentro il bagno, il bicchiere dove stavano gli spazzolini.
Ho guardato la bellezza delle chiese. Quella di Collemaggio ha davanti un campo di calcio senza porte e senza linee, sembra un campo per le partite degli angeli. Un’altra chiesa molto meno famosa ha una facciata fatta di sassi messi alla rinfusa, magari non hanno avuto il tempo di finirla, e ora è una piccola meraviglia.
Dopo il sisma sono stati rilevati in tutto l’Abruzzo 1842 beni artistici, di cui oltre mille chiese, che per un terzo risultano inagibili. Sono stati spesi, giustamente, molti soldi per la messa in sicurezza di queste opere.
La faccenda cruciale pare questa: ricostruire tutto com’era e dov’era oppure rifare una città rivolta al futuro. Ogni opzione presenta suggestioni poetiche e derive truffaldine. E poi c’è il conflitto tra le esigenze del singolo cittadino e quelle della collettività. Il rischio più grande è che si ripeta quello che è accaduto in molti posti dell’Irpinia dove al cittadino è stata data la casa e gli hanno tolto il paese.
A giudicare da quel che ho visto e sentito la confusione in città è molto grande. Il modello Berlusconi ha lasciato sul campo un cuore ingabbiato e tante membra sparse: le 19 new town si aggiungono ai cinquantanove tra quartieri e frazioni in cui vivono solo settantamila abitanti, sparsi su una superficie di 467 chilometri quadrati. Insomma, Berlusconi ha incentivato un delirio centrifugo in atto da molti decenni. E qui il valzer delle betoniere non ha ucciso solo il paesaggio, ma anche 309 persone. Le inchieste sono in corso, sembra difficile condannare l’oblio che ha permesso di costruire come se non ci fossero mai stati terremoti.
Penso a queste cose mentre attraverso la sterminata periferia della città in cerca dei paesi. È un’Italia appenninica che non è più sud e non è ancora centro. Sannio, Molise, Alta Campania, Abruzzo, Basso Lazio: qui ci sono fregi e sfregi come ovunque, in questi paesaggi è più difficile sentire la forza che avverto più sotto, tra la Lucania e il Cilento, per esempio.
La luce è più fosca e il paesaggio di inizio aprile non ha il vigore dell’inverno e neppure la forza che prenderà a maggio. Adesso il verde è solo sui campi. Ancora spogli i rami degli alberi. Il cielo si è riempito di nuvole, c’è un’aria malata. Il colore delle montagne è scuro. Intorno alla strada un paesaggio confuso: macerie in bella vista, capannoni industriali, capannoni artigianali, il traffico della vita quotidiana e quella di una zona in ricostruzione. Mi sembra di rivedere le scene della mia terra vent’anni fa. Qui però entrare nei paesi è più facile, non sono lontani dalla via principale e a volte sono così piccoli che non puoi chiamarli paesi.
La prima tappa è Onna. Il villaggio di casette impiantato per mostrare agli italiani l’efficienza del governo è affiancato al paese ancora ingombro di macerie. Squarci buoni per fare delle belle fotografie, squarci che però illustrano impietosamente che la macchina della ricostruzione è inceppata. Se a L’Aquila si cammina tra palazzi di grande pregio, nei paesi gli effetti del sisma si sommano a quelli di antiche incurie: qui non vedo belle piazze, belle fontane, belle chiese. Questi paesi, queste frazioni sembrano perle di un rosario, il rosario dello sconforto: Onna, Monticchio, Ocre, San Gregorio, Fossa, Casentino, Tussillo, Villa Sant’Angelo, San Demetrio, Picenze, Pescomaggiore, Paganica, Bazzano.
Un giro di quattro ore, senza quasi mai scendere dalla macchina, col finestrino aperto ogni tanto per chiedere dov’eravamo arrivati. Ti allontani e ti avvicini dalla città, la distanza è sempre molto più grande di quella dei chilometri. Qui forse sarà più facile ricostruire le case e fra qualche anno non ci sarà il paesaggio di adesso che sembra un inno al disordine. Le file di casette nuove nei paesi le chiamano Map. Non ho parlato con nessuno per chiedere come si sta dentro. Mi sembra di capire come si sta fuori, tra una casa di campagna e una villetta, tra una rotta e una prefabbricata, sempre comunque con la sensazione che tra una casa e l’altra c’è il vuoto, un vuoto che nessun architetto o urbanista potrà riempire. È il vuoto di un piccolo paesaggio con ferite, inserito in un paesaggio globale sempre più sfinito.

Franco Arminio

Da Il Manifesto del 06/04/2012.

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