Progetto futuro e ricostruzione, le piastre antisismiche della scuola e della cultura

Sono giunto su “Territori AQ” e mi ha incuriosito, tra gli obiettivi dell’Associazione, leggere: “Proiettarsi a un futuro, mantenendo la memoria storica dei luoghi e delle generazioni passate, dando un senso al presente mettendo in relazione le proposte e le idee che contribuiscono alla ricostruzione sociale.”

La proposizione inizia con un invito a “proiettarsi al futuro, terminando con uno stimolo alla “ricostruzione sociale”.

Ho impiegato buona parte del mio tempo della vita con adolescenti, anziani, bambini, tenendomi più possibile lontano dagli adulti. ho ascoltato le loro esistenze trasmigrare dalle ferite delle cadute nell’aia alla festa del Villaggio Globale edella Società dell’Informazione.

E così, è di questo che voglio scrivere, di una ricostruzione sociale che va distrutta, abbattuta, affinché venga a mancare quell’humus che, appare inevitabilmente a causa del volersi proiettare al futuro, ci ha portati a chiedere una ricostruzione sociale. circolo vizioso da fermare.

Perché proiettarsi al futuro erà già obiettivo antico, sentiero da asfaltare per far apparire una autostrada.

Ma i vecchi erano bambini, e vecchi e bambini non sanno cosa significhi “sociale”. I vecchi possono solo mentendo raccontare ai bambini di “com’era bello prima”, dimenticando di aggiungere che proprio loro erano divenuti “adulti” e avevano coperto di nuovo asfalto il manto stradale, togliendo il sentiero ai bambini in cambio di una autostrada per le loro auto future.

Insomma, la menzogna sembra imperare e dilagare. E’ su di essa che bisogna agire. I nostri nonni e i nostri padri non hanno saputo e non hanno voluto farlo. Ma non è possibile che non sapessero! E generazioni di ragazze e ragazzi del ’68 e del ’76 avevano intuito, affidando alla “collettività” un peso che poteva essere sostenuto solo dagli individui.
Così non è stato.

Gruppi di autoaiuto, introspezioni pubbliche, il privato che diventa pubblico, la corda al collo si chiama coppia, hanno delegato alla coscienza collettiva ciò che solo la coscienza individuale poteva fare, trasformando il tentativo di instaurare una ordinata, responsabile anarchia, in una democrazia sociale istituzionalizzata.

A scuola, con i miei ragazzi adolescenti, mi era richiesto di insegnare chimica, dando per scontato e ovvio che i ragazzi avrebbero dovuto impararla.
E via, durante l’anno consigli di classe, e a fine anno gli esami agli “alunni”.
Quale stupore negativo, meraviglia incredula, i professori! come mai questi ragazzi non imparano? ma come è possibile che non vogliano far nulla? beh, lo scrutinio deve continuare, e lo spettacolo deve continuare. così alziamo qualche voto, aggiustiamo qualche media, bocciamo duramente qualcuno (pochi a dire il vero, se le classi divengono poco numerose si perdono posti di lavoro, e voi insegnanti non vorrete mica restare a casa, questaltro anno…); i moduli sono stati accuratamente compilati? Avete redatto la relazione finale, quella stessa dell’anno scorso?

E io mi chiedevo, quale ragazzo non è in grado di imparare la chimica, la matematica, la lingua italiana? E’ una recessione del dna, un regredire dell’intelligenza?

Ma io sono un essere fortunato. Così il pomeriggio avevo i miei tanti bambini di scuola elementare. La parola apprendimento non aveva senso, lì: lì c’era curiosità della vita, meraviglia, trasgressione, istintività, dubbio netto ed espresso. Lì, c’era giuoco.

Futuro e ricostruzione portano insito il concetto di tempo. non di un tempo a cronometro, di un tempo da vivere.
L’apprendimento della vita i nonni lo svolgevano nel tempo, dalla storia morale raccontata davanti ad un camìno alle vanga che non deve affondare troppo nel terreno. L’apprendimento era necessario alla vita, ad essa funzionale, e non vi era un tempo scaduto, non vi era un tempo entro cui stare dentro per paura di rimanere fuori dal gioco.
E nell’apprendimento ciascuno, ogni figlio o nipote, trovava la sua strada conoscendo e sapendo ciò che conosceva e sapeva, ciò che da ognuno veniva.
“Eh, eravamo cinque figli, papà uccideva gli agnelli per venderli. a tutti noi bambini insegnava, e tutti noi apprendevamo. Ma, diceva mio padre, tu, Pietro, hai mani d’oro per questo lavoro, un dono di Dio…”

Un dono di Dio per Pietro, ma Dio non ha lesinato doni, e ciascuno di noi nasce eguale a ciascuno, e ciascuno con il suo dono. Da curare, come un fiore.

Ma cosa accade se questo curare viene abbandonato a favore del futuro, di una proiezione del futuro, di un elevarsi fatto di materia progredente?
Ma, è semplice! l’ometto smetterà di spaccarsi la schiena e potrà dedicarsi a… a… a…..
No. Non ha funzionato. Non funzionerà.

Avremo bambini caratteriali nelle nostre scuole, e genitori disperati a caccia di Prozac. Avremo? Li avevamo già, e non c’era nemmeno ju terramoto!

Cosa sapeva un bambino del terremoto il 5 aprile 2009?
“Un rapido movimento della superficie terrestre dovuto al brusco rilascio dell’energia accumulatasi all’interno della Terra in un punto ideale chiamato ipocentro o fuoco. Il punto sulla superficie della Terra, posto sulla verticale dell’ipocentro è detto epicentro”
brava, benissimo. se lo impari bene potresti prendere anche un bel nove. e come premio aggiuntivo la soddisfazione dei tuoi genitori. E troverai anche lavoro da grande, uno splendido lavoro, se impari bene ADESSO, IN QUESTO TEMPO, cos’è un terremoto.

Il 7 aprile 2009 gli esperti entrano nelle scuole aquilane. Loro sanno cosa sia il terremoto. Ma non vanno a spiegarlo ai bambini. No, vanno ad “agire” sulle povere loro menti dai tramezzi caduti, dalle porte sconquassate, dai giochi lasciati su una mensola di quella “vecchia” casa.

Gli esperti… avevano studiato a scuola cos’era un terremoto. Devono essersi specializzati da adulti, per forza, visto che quella didattica (in)culturale che permea la nostra scuola aveva detto sì ai bambini cosa era un terremoto, ma non aveva saputo spiegarglielo.

Beh, meno male che a scuola qualcuno aveva studiato! gli esperti! Ma nemmeno loro spiegano il terremoto ai bambini, non ce n’è necessità alcuna, i bambini hanno “bisogno” del loro intervento.

Perché c’è una casistica di depressione-disturbo-post-traumatico-da-stress-alterazioni del comportamento-flashback-reazioni fobiche. la casistica vale, è vangelo.

E dove sono i bambini nella casistica? dove sono coloro che dovrebbero spiegare ai loro figli, solo un pò più in là nel tempo, cos’è un terremoto?

La scuola intanto è tornata a insegnare la chimica, a scrutinare, truccare i voti. Alla domanda devi rispondere, ma non hai il tuo tempo, il tempo lo fanno loro e se ne esci sei fuori.
Ma, mi chiedevo, perchè i ragazzi nelle loro scuole superiori non apprendono?
Ah, sì, perchè devono imparare che un terremoto è un rapido movimento…

Ma il terremoto ha tolto solo 309 persone, poi è finito. basta ricostruire la tua casa, e innalzare un monumento ai caduti.

Davvero?

Allora il proiettarsi nel futuro e la ricostruzione sociale non servono a nulla, non-sense che lacera un tessuto nascosto tra le parole ed i fatti.

La ricostruzione sociale è come voler insegnare in una scuola oggi, non ha fondamento.
Il fondamento, pietra angolare, deve necessariamente essere la “ricostruzione umana”, da cui discenderanno cascate di futuro sorridente all’uomo.

La scuola a L’Aquila ha una grossa ricostruzione da affrontare, quella di una “umanità” che sappia dare ad ognuno un suo tempo, e fargli amare il suo dono, e metterlo in condizioni di donarlo per i doni di altri. E’ indiscutibile che si debba ricominciare dalla scuola, dall’età infantile; l’affermazione di una nuova cultura non può passare per l’età della “maturità”, bensì dall’infanzia.

Sì, si può fare.
Ma non si farà.
Il Magister è sede di conoscenza da trasmettere. così vuole essere.
Il Magister non vuole essere fonte a cui attingere.
così la comunità aquilana, presa nel vortice di un falso post-terremoto che lascia immutato qualsiasi ordine che dia certezza.

Gli insegnanti aquilani debbono dimenticare quella definizione di terremoto. solo così potranno “parlare” con i bambini, con i loro alunni.
Gli insegnanti aquilani possono farlo, loro sanno, del terremoto.

Come fare tutto ciò, come “cercare” una nuova strada in questo luogo “anomalo”, in questa non-città da un nome antico e tuttora inappropriato e altisonante?

Distruggendo i concetti di pedagogia e didattica, sostituendoli con la realtà del “sentire” dei bambini, con il loro tempo…

Arbeit macht frei è la filosofia di una società destinata a morire nella noia di ogni anno che passa senza coscienza, il fondamento falso adottato su cui si fonda questa parola parvenza di significante, la società.

contributo inviato da
Eugenio Giangiulio
 
(insegnante)

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