Immigrati e italiani dopo il terremoto nel territorio aquilano

La ricerca quali-quantitativa su immigrati e italiani nel territorio aquilano dopo il terremoto.
Bisogni sociali, formativi e stato della convivenza (RICOSTRUIRE INSIEME)

Alessandro Vaccarelli

Immigrati e italiani dopo il terremoto nel territorio aquilano

Non esistono condizioni oggettive che dimostrano che la presenza di immigrati abbia in qualche modo sfavorito la popolazione autoctona nelle politiche abitative dopo il terremoto. Forse, in un certo senso, è vero il contrario. Se invertiamo l’ordine temporale, ad esempio, prima del 6 aprile, gli immigrati si concentravano nelle zone più fortemente a rischio, nelle abitazioni più fatiscenti (quasi sempre non di proprietà), come dimostra il dato relativo all’abitazione attuale degli intervistati: il 42,3% degli italiani raggiunti con i questionari vive nelle stesse abitazioni del pre-terremoto, a fronte soltanto di un 16,6% di stranieri nella stessa condizione. Otteniamo una conferma con il dato relativo alla classificazione dell’abitazione a seguito delle perizie da parte dei vigili del fuoco: il 28,1% degli italiani raggiunti ha una casa classificata A, quindi agibile, a fronte del 19,6% degli stranieri, mentre per le case E, riscontriamo un 33% tra gli italiani e un 38,7% tra gli stranieri.

Il terremoto ha dissestato, tra le altre cose, il mercato del lavoro, anche in assenza di adeguate misure per prevenire il crollo dell’economia, con una serie di problematiche soprattutto all’interno delle imprese private e dunque tra i lavoratori autonomi e subordinati. Anche in questo caso osserviamo che la popolazione straniera, che si colloca prevalentemente all’interno del settore privato e domestico, ha maggiormente risentito degli effetti del terremoto: considerando solo le persone che al 6 aprile erano occupate, osserviamo che il 50,5% degli immigrati svolge lo stesso lavoro (a fronte del 62% degli italiani), il 17,8% svolge un altro lavoro (6,7% italiani), il 3,87% è in cassa integrazione, (2,1% italiani) il 15,7% si trova oggi disoccupato (7,28% italiani ). Sono dati preoccupanti ed è giusto sottolineare il fatto che la comparazione non può giustificare alcuna minimizzazione riguardante anche la situazione lavorativa degli italiani. Ciò peraltro spiegherebbe anche una buona parte di stress sociale che caratterizza questa fase del post-terremoto.

Abbiamo verificato quali atteggiamenti, quali opinioni emergono tra gli italiani circa la popolazione immigrata e il godimento dei diritti nelle politiche dell’emergenza. Più del 50% degli italiani ritiene che per la sistemazione nel piano Case sia giusto dare la priorità agli italiani rispetto agli immigrati; inoltre più del 30% ritiene che nelle politiche post-sisma si sia dato più rilievo agli immigrati che agli autoctoni. Poiché ciò non rispecchia la situazione effettiva, ci sembra che una percentuale superiore al 30% sia piuttosto dilatata e rappresentativa di una percezione alterata della realtà.

Un altro dato interessante riguarda la percezione distorta circa la presenza di stranieri nella nostra realtà, che rimanda a quella che i sociologi definiscono sindrome da assedio. Uno dei segnali è lo scarto significativo tra la percezione della presenza numerica di immigrati e la sua reale entità. Si è chiesto agli italiani di indicare una stima percentuale della presenza di immigrati sulla totalità della popolazione residente nel nostro territorio. Solo il 32,6% della popolazione si avvicina al dato reale (che si aggira intorno al 6 %), mentre il 44,7% indica una percentuale compresa tra il 10 e il 25 % e il 22,6% indica una percentuale superiore al 30%.

Questi ultimi dati si allineano con una situazione che investe l’intera società italiana, ma assumono evidentemente un risalto maggiore – per il loro carico di potenzialità sociali negative – all’interno di un contesto terremotato in cui abitazioni, lavoro, degrado costituiscono i grandi temi caldi delle presenti e future scommesse sociali e politiche. E questo perché il senso di frustrazione potrebbe favorire forme di discriminazione o di conflittualità che certamente potrebbero nuocere agli immigrati, ma anche depistare gli autoctoni rispetto alla ricerca di valide o perlomeno adeguate strategie di soluzione dei problemi individuali e collettivi. E’ ciò che in psicologia sociale viene definito come dinamica del capro espiatorio.

Gli immigrati che al momento del 6 aprile risiedevano all’Aquila, contribuivano alla crescita dell’economia, allo sviluppo del territorio, allo svecchiamento e alla diversificazione del tessuto sociale e culturale. Hanno pianto numerosi morti (23, il 7,44% del totale), hanno conosciuto, come tutti i cittadini colpiti dal terremoto, il dolore più profondo. Lontani dal conforto delle radici, hanno dovuto elaborare lutti e disagi con tanti “se” e tanti “ma”, in una città e in un territorio dove solo il caso li ha portati e dove, tuttavia, hanno investito, e continuano a farlo, con le loro energie e il loro futuro, con la voglia di ricostruire. Ricostruire insieme diventa quindi non solo possibile ma strettamente necessario, in un’idea di città che, con tutte le difficoltà, in tanti perseguiamo.

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