PAESAGGIO CON MACERIE – L’AQUILA (di Franco Arminio)

Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna – Bruno Mondadori 2013

Dall’ultimo libro di Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna  (Bruno Mondadori – 2013) ecco una selezione di testi dedicati al territorio aquilano pubblicati da pag. 14 a pagina 18:

 PAESAGGIO CON MACERIE – L’AQUILA

… L’uso politico delle rovine era nel suo fulgore. Bertolaso non immaginava di finire in disgrazia. Il governo non sapeva che sarebbe accaduto. Onna mi appare un set televisivo, l’epicentro non di un terremoto, ma dell’imbroglio di mettere la rappresentazione al posto della realtà…

… Io ci rimanevo sempre male quando leggevo l’articolo il giorno dopo o vedevo il servizio televisivo. Mi pareva che del mio racconto fossero andate perdute tante sfumature. Per questo a un certo punto  mi sono deciso a raccontare in prima persona quello che accadeva nell’Irpinia terremotata.
Immagino che anche adesso i miei amici aquilani resteranno delusi, la verità è che è difficile raccontare un luogo passandoci dentro per un giorno. E’ come come vedere un film cominciato mille anni prima.

… Adesso il sole è caldo. C’è un po’ di animazione. In fila alcuni gruppi di bambini. Le maestre li hanno portati in giro a vedere strade e palazzi sigillati, come per affezionarli a un luogo che forse sarà loro in un futuro assai lontano…

… Ho guardato la bellezza delle chiese. Quella di Collemaggio è preceduta da un grande prato, un campo di calcio senza porte e senza linee, sembra un campo per le partite degli angeli…

… E poi c’è il conflitto tra le esigenze del singolo cittadino e quelle della collettività. Il rischio più grande è che si ripeta quello che è accaduto in molti posti dell’Irpinia, dove al cittadino è stata data la casa e gli hanno tolto il paese…


Il flâneur della desolazione 
(dalle prime due pagine del libro)

Sono partito dalla percezione del corpo, perché il corpo mi dava pensieri, il corpo faceva salire alla testa pensieri più che sensazioni. Questi pensieri si mettono in un’area della testa che si potrebbe chiamare area dell’apprensione: è quest’area che mi porta a disperare del mio corpo, a sentirlo incapace di avvenire. Ogni corpo ha una sua idea di avvenire. Nel mio caso un’idea bruciante, pochi mesi, pochi giorni, poche ore. Questa immaginaria salute precaria s’incrocia con la reale salute precaria dei luoghi in cui vivo. E allora la ricognizione dei luoghi è il frutto di uno spostamento d’attenzione, dal sintomo del corpo al sintomo del luogo, dall’ipocondria alla desolazione. La mia scrittura non ha il rigore della scienza, non vuole e non può essere attendibile. Il primato della percezione sul concetto, del particolare sull’astrazione.

Questo non deve trarre in inganno, la mira è comunque altissima e non ho bisogno di concordare con nessuno il bersaglio. La paesologia non vuole fare riassunti o postille al lavoro altrui. In un certo senso è una disciplina indisciplinata, raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quello che vuole dire. Un lavoro provvisorio, umorale, ondivago e volatile.

La vicenda si complica quando si pronuncia la parola “politica”. In questo caso la fragilità non è più una forza, ma un qualcosa che dà i nervi. Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il pericolo e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. Non si sa che strada prendere e allora si fanno arabeschi, congetture. La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.

In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

Franco Arminio

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