Topografia del Trauma

Presentiamo un articolo
pubblicato da Il LAVORO CULTURALE
in attesa dell’incontro di Settembre ALL’AQUILA
con AMICO DOLCI e MIRIAM DOLCI LIPPOLIS,
insieme all’Associazione Culturale “Territori” e il presidio L’Aquila di “Libera”

Testata di Pianificazione Siciliana (Maggio-Giugno 1971), Archivio Dolci_Barbera, CRESM

Pubblichiamo degli estratti dall’ebook Topografia del Trauma. Valle del Belìce, Sicilia: un’indagine territoriale, una ricerca interdisciplinare a cura di Laura Cantarella e Lucia Giuliano (Landform).

Il progetto sulla Valle del Belìce è nato nel 2008 e si è configurato negli anni seguenti come una piattaforma con lo scopo di costruire “un atlante delle geografie informali della Valle del Belice” che possa rileggere e reinterpretare il territorio attraverso differenti linguaggi, a più di quarant’anni dal sisma. Un lavoro che ha già in parte dialogato con Sismografie e la cui recente pubblicazione online permette di acquisire strumenti nuovi per far luce sui doposismi recenti e fotografare i complessi topoi post-sismici.

L’ebook è scaricabile gratuitamente in pdf initaliano e in inglese.

Ringraziamo per la collaborazione il Centro TraMe.

Rosario Andrea Cristelli, Trauma sociale_Trauma architettonico (p.10)

In una Sicilia occidentale insolitamente innevata, il 14 gennaio 1968 un arrogante terremoto, dell’ottavo e nono grado della scala Mercalli, scompagina 280 000 ettari di territorio. Il «Trauma tettonico» colpisce tre province: Palermo, Trapani e Agrigento. Le distruzioni di maggiore entità si riscontrano lungo la valle del fiume Belìce. I paesi che risultano violentemente colpiti sono ben 14 e precisamente: Calatafimi, Camporeale, Contessa Entellina, Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Sambuca, Santa Margherita Belìce, Santa Ninfa, Vita.
La fragilità del costruito esistente contribuisce agli esiti catastrofici; era impensabile che misere costruzioni, con murature in pietrame informe o in conci più o meno squadrati e pareti con telai in canne e tufi potessero resistere a tali sollecitazioni. Al tragico epilogo tra le vittime si contano circa 400 morti, 600 feriti e 100 000 senza tetto. In pochi minuti i quattro paesi prossimi all’epicentro sono rasi al suolo: Gibellina, Montevago, Poggioreale, Salaparuta.

Laura Cantarella L’Aquila / Poggioreale Nuovo

[…]

Il «trauma tettonico» peggiora la situazione di una realtà meridionale che vive già un forte «trauma sociale» in fermento dai primi anni Sessanta. Una liberazione dal feudalesimo forse mai avvenuta, un persistente sfruttamento della manodopera nelle campagne, una gravante intermediazione parassitaria della mafia, l’assenza dell’acqua per irrigare i campi, le lotte di Danilo Dolci a Partinico e di Lorenzo Barbera a Partanna, la speranza delle dighe, dei consorzi agrari, delle nuove strade, il rimboschimento: a sperata bonifica della Valle del Belìce. Il cartellone d’apertura, alla storica Marcia della pace, già nel 1967 riportava una scritta sintetica ma nello stesso tempo largamente eloquente: «Il Belìce muore».

La Marcia per la Sicilia occidentale e per la pace del 6 marzo 1967 fu una manifestazione popolare non violenta che rivendicava i diritti al pane, al lavoro e alla democrazia. Partita da Partanna per raggiungere Palermo, passava per Castelvetrano, Menfi, Santa Margherita Belìce, Roccamena e Partinico, dedicando un giorno a ogni paese; aveva lo scopo di perseguire quindi speranza, pace e sviluppo socioeconomico per la Sicilia occidentale. Vi parteciparono, oltre ai sindaci e ai politici della valle con le popolazioni in massa, personaggi come Danilo Dolci, Bruno Zevi, Ernesto Treccani, Antonio Uccello, Lorenzo Barbera, Carlo Levi, Rosa Balistreri e l’icona vietnamita Vo Van Ai, eroe della resistenza del suo popolo contro i francesi, poeta e sociologo di indiscusso valore. A questa seguiva, nell’autunno del 1967, la «grande Marcia per la Pace Nazionale», con due cortei che, partendo da Palemo e da Milano, si riunivano a Roma il 30 novembre 1967, dopo trenta giorni di cammino.

Un’altra data memorabile nel processo di partecipazione della popolazione del Belìce rimane il 2 marzo 1969, quando in 1500 si accamparono per quattro giorni e quattro notti davanti a Montecitorio, circondati da una grandiosa solidarietà romana e nazionale. Questa manifestazione portò a un testo di legge per la ricostruzione e lo sviluppo della Valle del Belìce, dibattuto, adeguato e approvato in quei giorni, precisamente il 5 marzo, che vedeva sopiti gli animi ma presto deluse le aspettative. Sempre Ludovico Corrao affermava: «Il movimento tellurico era già interno alla società».
L’emigrazione era un fenomeno in atto da decenni; si muoveva verso il Sudamerica e poi l’Australia, la Germania e successivamente verso il Nord Italia.

Nella tragedia della distruzione si riesce paradossalmente a rintracciare l’occasione di una ricostruzione non solo tettonica ma anche sociale ed economica; non solo un potenziale notevole per tutta la Valle del Belìce bensì per tutta l’isola e in particolare per la Sicilia occidentale. L’industrializzazione dell’agricoltura, l’acqua democratica, i consorzi agricoli sono ancora l’utopia del Belìce.

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